Ricevo e pubblico con grande piacere questo lavoro di raccolta delle testimonianze degli abitanti del quartiere Bagnoli, svolto negli anni 1997-2000, dagli studenti del Liceo Scientifico “Arturo Labriola”. La scuola che mi ha visto tra i suoi banchi…

ing. Pasquale Vespa

 

 

L’Italsider di Bagnoli e il quartiere: un laboratorio della memoria

 

Liceo Scientifico “Arturo Labriola” di Bagnoli

 

(Maria Antonietta Selvaggio)

 

 

1. Come è nata l’idea.

L’idea di raccogliere le testimonianze degli abitanti di un quartiere in trasformazione, come Bagnoli, è nata dalla volontà di costituire un archivio della memoria al fine di preservare dall’oblio e ancor più di trasmettere alle nuove generazioni il senso di una esperienza storica densa di significati e implicazioni, non solo dal punto di vista locale ma anche sotto il profilo della più generale dimensione dell’età contemporanea, della quale la vicenda industriale e operaia rappresenta il cuore e l’ossatura.

La transizione da un passato fortemente legato alla vita della fabbrica ad un presente ancora confuso ha generato, in questi anni, un disorientamento diffuso tra la popolazione, accompagnato da una sorta di ripiegamento e da una progressiva perdita dell’identità.

Nel clima creatosi per effetto di un processo di rimozione fin troppo rapido, i giovani ci sono sembrati i soggetti più esposti alle conseguenze derivanti dal declino della vecchia cultura operaia (non sostituita finora da altro che non sia un vuoto conformismo e una passiva riproduzione di modelli imposti) e dal degrado della zona divenuta nel frattempo polo di attrazione per interessi speculativi a cui non è estranea la criminalità organizzata. Ragazzi e ragazze destinati quindi a subire la cosiddetta riconversione, piuttosto che a contribuirvi in maniera vigile e attiva, in quanto privi di strumenti di conoscenza e di critica. Passivi e poco informati, studenti e studentesse della nostra scuola apparivano del tutto immemori della storia familiare e locale (pur provenendo in alcuni casi da famiglie di ex lavoratori Italsider) e molto impacciati nella lettura del presente.

Proprio per questo, quando nel gennaio 1997 l’associazione “Laboratorio Città Nuova”, nell’istituire una biblioteca di quartiere a Bagnoli, tra le altre attività promuoveva la costituzione di un archivio della memoria mediante il diretto coinvolgimento degli anziani del quartiere, il liceo scientifico “Arturo Labriola”, non ha esitato a raccogliere l‘input con convinzione e responsabilità.

L’idea ha quindi assunto la forma di un progetto organico dal titolo “Recuperare la memoria del passato, per comprendere il presente e progettare il futuro“. Si è trattato di un ricerca che ha avuto una durata triennale e si è conclusa con la pubblicazione del volume Vivevamo con le sirene[1]. L’intero lavoro si è connotato- nelle finalità e nella metodologia - di una esplicita intenzionalità educativa ed etico - civile, che ha privilegiato la ripresa del dialogo intergenerazionale e la comunicazione di esperienze di vita, altrimenti destinate a perdersi. Le diverse biografie (come si è ipotizzato in principio e poi verificato nel corso dell’esperienza) costituiscono infatti un patrimonio che, consegnato ai ragazzi e alle ragazze di oggi, è in grado di convertirsi in sguardo consapevole sul presente e in capacità di decifrazione e decodificazione della realtà. Per questa via si è quindi sperimentato un autentico tirocinio alla cittadinanza, rendendo possibile la partecipazione dei giovani al processo di ridefinizione del territorio, sia dal punto di vista dell’esercizio di un giusto controllo su quanto sta già avvenendo sia dal punto di vista della capacità propositiva che una comunità democratica deve essere sempre in grado di esprimere.

 

 

2.      Dall’idea all’esperienza.

La metodologia adottata è stata quella della ricerca qualitativa procedendo con lo strumento dell’intervista in profondità, non direttiva.

Le testimonianze sono state raccolte sulla base di una griglia non vincolante, in modo da ottenere un dialogo sereno, confidenziale, capace di sollecitare il più possibile il desiderio di comunicare e narrare esperienze personali, episodi di vita collettiva, eventi piacevoli o dolorosi, situazioni di un passato che forse si era già depositato nel rimosso.

La griglia, costituita da domande - input relative a quattro aree tematiche - 1) l’infanzia, la famiglia, la scuola; 2) il quartiere, la vita sociale; 3) la fabbrica; 4) il quartiere dopo la fabbrica: le prospettive future - è stata usata come una traccia debole di conduzione. Si è cercato così di assecondare i percorsi soggettivi della memoria, il fluire spontaneo dei ricordi, garantendo la massima libertà espressiva. Ogni intervista ha avuto una durata media tra le tre e le quattro ore, è stata registrata, successivamente trascritta e analizzata.

Nell’analisi e nell’interpretazione tutto ha assunto valore: non solo le verbalizzazioni ma anche le pause, i silenzi, le esitazioni, la gestualità, la postura, il tono della voce, le ridondanze e le contraddizioni. Sono state sufficienti, pertanto, quindici interviste - dieci rese da uomini e cinque da donne - per fornirci un quadro di informazioni ricco e significativo, in cui è possibile ritrovare pur nella varietà dei profili biografici alcune costanti, che formano le figure di una memoria collettiva[2].

Il lavoro di raccolta delle testimonianze (effettuato tra il 1997 e il 2000) s’intende tuttora aperto a una prosecuzione sistematica e più estesa. Ma il metodo applicato può considerarsi valido e fruttuoso[3].

Nella ricerca dei/delle testimoni si è attinto alla parentela, al vicinato e in generale alla rete di rapporti familiari e sociali delle alunne e degli alunni, tenendo conto di un requisito essenziale dell’intervista che è la partecipazione volontaria e convinta dell’intervistato/a.

Ogni testimone ha ricevuto una completa informazione circa le finalità della ricerca e la situazione in cui veniva svolta, cioè all’interno di un progetto educativo scolastico. Attraverso il coinvolgimento e la condivisione si è voluto anche garantire che il supporto video o magnetico non compromettesse la naturalezza del comportamento. I soggetti intervistati sono apparsi a proprio agio nella relazione con gli studenti, così come questi ultimi sono stati attenti nell’ascolto e nell’osservazione di ogni aspetto del processo comunicativo. A tal proposito si è avuto cura di formare il gruppo dei rilevatori e delle rilevatrici, affrontando in classe il tema della peculiarità delle fonti orali e di una ricerca finalizzata a far emergere, mediante le biografie, i tanti nodi che intrecciano vicenda pubblica e vita privata in un’unica trama.

In quanto al luogo degli incontri, si è lasciata ai testimoni la libertà di scegliere tra la scuola e la propria abitazione (in un solo caso l’intervista si è svolta presso il Circolo Aziendale Italsider). Più della metà ha preferito accoglierci in casa e questa è stata anche l’occasione per mostrarci documenti, piccoli archivi familiari e soprattutto album fotografici zeppi di ricordi di famiglia come prime comunioni, matrimoni, saggi scolastici, ritratti di avi, immagini del servizio militare, di qualche viaggio e della prima automobile - quasi sempre una Seicento Fiat. Questo modo spontaneo di comportarsi ha reso via via evidente una convergenza di intenzionalità tra chi aveva concepito il disegno complessivo della ricerca, gli intervistatori e gli intervistati.

La reciproca responsabilità del trasmettere e del ricevere memoria ha conferito all’interazione quella sintonia che è elemento irrinunciabile per la riuscita dell’intervista. L’effetto di empatia che si è prodotto nel corso del lavoro, di solidarietà tra generazioni ci è sembrato alla fine uno dei maggiori risultati conseguiti.

Partiti da un dato di indifferenza, di scarso interesse, di sostanziale ignoranza dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze nei confronti della storia del quartiere, ci siamo trovati a vivere insieme a loro un’esperienza fortemente aggregante. Con la sensazione che la qualità delle relazioni e delle comunicazioni ne uscisse arricchita e migliorata dentro e fuori la scuola.

Nella quotidiana costruzione della polis, che è poi il senso vero del fare scuola, questo momento è stato per noi particolarmente importante.

Alla raccolta delle testimonianze si è affiancato un impegno parallelo: l’inserimento dei racconti e dei loro molteplici contenuti nel contesto storico di riferimento.

L’asse tematico centrale è stato individuato nei processi di trasformazione industriale dell’economia e della società, visto che ci si proponeva di recuperare la memoria di un quartiere industriale e operaio, investito agli inizi del Novecento da una vera e propria metamorfosi dovuta alla cosiddetta scelta “industrialista” operata nel quadro dei provvedimenti speciali “per il risorgimento economico della città di Napoli” (Legge dell’8 luglio 1904, n. 351).

Intorno a quest’asse è stato necessario sviluppare altri percorsi, collegati ad esso in vario modo e tali da richiedere, talvolta, dei passi indietro più o meno lunghi rispetto ai tempi più recenti. Si pensi, ad esempio, all’antica presenza del termalismo nella zona flegrea.

Ma è principalmente al tipo d’industrializzazione che si è rivolta maggiore attenzione, sia attraverso la ricostruzione delle condizioni economico - sociali che orientarono le decisioni in tal senso sia attraverso una storia del territorio che ne evidenziasse tutte le potenzialità e risorse, riportando in primo piano le ipotesi realizzate insieme con le opportunità mancate. L’approccio di storia economico - sociale si è coniugato così con quello di storia ambientale.

Nel corso dell’acquisizione delle informazioni storiche è stata effettuata una visita agli impianti e all’intera area Italsider in via di smantellamento. Ci ha guidati un gruppo di esperti costituito da tecnici della Bagnoli Spa e da urbanisti del servizio “Casa della Città” del Comune di Napoli. Il sopralluogo è avvenuto nell’autunno del ‘99. Ci siamo mossi per una mattinata tra manufatti destinati alla conservazione, quali monumenti di archeologia industriale, e strutture già demolite. Ragazze e ragazzi hanno osservato, fotografato, interrogato e soprattutto riscontrato i contenuti di alcune interviste. I luoghi di lavoro descritti dai testimoni sono stati indagati con l’intento di ravvisarvi la realtà trascorsa. Ricordo i richiami continui ai racconti ascoltati, le associazioni di luoghi e strumenti a persone, a nomi, l’affollarsi di domande sul tema degli infortuni ma anche sulle tecniche di lavorazione. E ancora la strana eccitazione nel camminare in uno spazio spettrale, nella sua grandezza vuota e nella sua potenza spenta. Forse per questa impressione e per la suggestione esercitata dalle parole degli intervistati, nel realizzare i titoli per i pannelli della Mostra “Maggio della città”, il gruppo di allieve/i incaricato del lavoro di redazione ha voluto come titolo di apertura: “Morte di un gigante”[4]. Un’espressione mitologica è sembrata in quel momento del percorso la più adatta a rappresentare sia il senso dei racconti ricevuti che la loro personale emozione nell’ incontro con la grande fabbrica ormai muta.

Altri momenti rilevanti di questa fase del lavoro sono stati i dibattiti sul futuro assetto del quartiere e sull’opera di bonifica promossi dalla Circoscrizione e dal nostro liceo, la visita all’Archivio del personale Italsider, l’incontro - lezione con lo storico Paolo Frascani e uno speciale appuntamento con lo scrittore Ermanno Rea, con il quale la classe capofila del progetto (divenuta V A nell’anno scolastico 1999 - 2000) ha analizzato l’esperienza, esprimendo le proprie considerazioni e riflessioni.

Contemporaneamente, la divisione delle alunne e degli alunni in appositi gruppi di lavoro e l’impegno di più docenti di diverse discipline ha consentito di proseguire e portare a termine l’implementazione di un ipermedia, uno strumento non solo per l’archiviazione informatica della memoria, ma anche per rendere possibile la navigazione attraverso l’intera mappa dei percorsi sviluppati, così come si è venuta configurando nel passaggio dal progetto al laboratorio[5].

 

 

3.      Le testimonianze dei giovani.

L’atteggiamento iniziale dei giovani, di cui si è già detto, è efficacemente documentato nella sezione della ricerca dedicata alle interviste alle ragazze e ai ragazzi del liceo[6]. Interviste che sono state svolte nell’anno scolastico 1997-98 e che hanno avuto come protagonisti, sia nel ruolo di intervistatori che in quello d’intervistati, studentesse e studenti di alcune classi del “Labriola”.

Vale la pena sottolineare due costanti nelle parole dei testimoni junior: il riferimento al problema dell’inquinamento e la consapevolezza di un passato caratterizzato da una forte e più sicura dimensione lavorativa (”comunque era una fabbrica che donava posti di lavoro”). Quasi sempre i due aspetti appaiono connessi, nel senso che la precedente realtà industriale del quartiere viene letta (e accettata) attraverso la chiave inquinamento in cambio di lavoro o occupazione contro ambiente. In ciò l’atteggiamento dei giovani non è molto lontano da quello degli adulti. Così come alcune espressioni (”con l’effettivo smantellamento pure la speranza è finita”) fanno pensare che, al di là dell’apparente indifferenza, le atmosfere di lutto provocate dalla fine del cantiere siano state assorbite anche da questi ignari ragazzi.

La domanda Che cosa sai della fabbrica? ha registrato nelle risposte scarsa conoscenza, precoce rimozione ed evidente vaghezza della visione delle cose (fatta di luoghi comuni, frasi afferrate dai mass media e molto sentito dire) da cui siamo partiti nella fase di avvio del rapporto con i testimoni anziani.

La domanda Come immagini il futuro di Bagnoli? che intendeva sondare quale tipo di messaggio fosse stato maggiormente recepito e/o verso quale aspettativa si orientassero i giovani, ha riscontrato una generale adesione ad un futuro di tipo turistico per il quartiere. Si differenziano però le modalità del consenso. C’è chi si mostra più fiducioso e chi teme la delusione. L’immagine che si ricava dalla lettura di questa sezione delle interviste, è quella di un oscillare continuo tra fiducia e sfiducia, tra un affidarsi fatalistico a decisioni già prese e una diffidenza altrettanto fatalistica, alimentata da giudizi negativi su una categoria alla quale si allude quasi sempre con il temine qualunquistico “i politici”, da preoccupazioni per l’invadenza (vista come ineluttabile) della criminalità organizzata e dalla lentezza degli interventi di risanamento.

 

 

4. I testimoni senior e il valore della memoria.

Tre sono le fasce d’età dei soggetti intervistati: cinque hanno settanta o più anni, quattro sono sessantenni e sei sono intorno ai cinquanta o li hanno superati da poco. Le donne hanno mediamente un’età più avanzata (su cinque, due hanno rispettivamente ottantotto e settantanove anni); tra gli uomini la media si abbassa a causa dei prepensionati Italsider, i quali non possono ancora definirsi anziani. Naturalmente l’età a cui ci riferiamo è quella che corrisponde alla data dell’intervista e che viene riportata in apposite note biografiche (inserite nel volume).

Si tratta di abitanti di lungo periodo, ad eccezione di due casi, per i quali il forte legame con Bagnoli è mediato dal lavoro e dall’insegnamento nel liceo Labriola.

Tre testimoni non risiedono più nel quartiere ma in vario modo vi appartengono, come dimostrano le loro intense testimonianze.

Va detto che nel registrare e trascrivere i racconti, è emerso un dato che ha reso le testimonianze più ricche e articolate rispetto alla griglia tematica adottata per l’impostazione della ricerca: tutti, infatti, si sono spontaneamente soffermati su problemi quali gli infortuni, l’inquinamento e sull’argomento fascismo - guerra - dopoguerra - presenza degli americani.

Per questa ragione, nello smontare i contenuti presentandoli poi per blocchi tematici, alle quattro aree del vissuto, già previste dalla griglia, se ne sono aggiunte altre tre. E come titoli delle diverse tranches si sono preferite le espressioni usate dalle testimoni o dai testimoni stessi, che avessero un carattere ricorrente e quindi emblematico. Ad esempio: La mia infanzia non l’ho trascorsa tanto bene; …molto elegante, si passeggiava la sera, dei bei bar… vita molto intensa; Noi vivevamo con le sirene…; qua si moriva anche in questa fabbrica….

In primo luogo, ci si può soffermare sui ricordi del quartiere com’era, sia in rapporto alla fabbrica che nella sua esistenza preindustriale. Ad ogni modo, lo stabilimento siderurgico si rivela centrale nella memoria di tutti e la stessa storia del quartiere viene periodizzata sulle fasi dell’Ilva-Italsider.

Gli anni ‘30, la guerra, l’immediato dopoguerra, gli anni ‘60 e ‘70: a ciascuno di questi passaggi si accompagna un modo diverso di convivere con l’Italsider.

L’ampliamento dello stabilimento è visto da tutti come frattura, fine della possibilità di conciliazione tra grande industria e vivibilità, tra produzione dell’acciaio e ambiente, tra impianti e paesaggio. E la contraddizione diventa tragico paradosso: “questo mostro rappresentava la speranza delle famiglie”. Se ne parla con profondo sentimento di rispetto, innanzitutto verso se stessi. Così come si dimostra con scrupolo pedagogico il lato positivo del dramma, che consisteva in una cultura del lavoro e della solidarietà.

E’ qui che trovano spazio i ricordi di vita comunitaria, il grande affiatamento, il ritrovarsi quotidiano negli stessi luoghi, per lo più all’aperto per passeggiare o tirare fino a tardi all’angolo della strada. “Si stabilivano rapporti di solidarietà, ci si conosceva, ci si salutava…“, “ci si conosceva una parte con l’altra e quindi avevi un dialogo”.

Ma non si trattava solo di una socialità informale: lo provano i momenti in cui il quartiere ha lottato per difendere la fabbrica e per sostenere le rivendicazioni dei lavoratori e quelli in cui gli operai sono usciti dalla fabbrica per aiutare la gente del quartiere. “Il terremoto del 1980 è stato un esempio classico” ma ad esso se ne aggiungono altri, come il “circolo virtuoso” stabilitosi negli anni ‘70 tra il liceo Labriola, i suoi insegnanti e i suoi studenti, e la realtà operaia “perché la scuola studiava delle cose e poi le verificava nella realtà della fabbrica e i componenti del Consiglio di fabbrica erano contenti di venire a parlare con gli studenti interessati ed in grado di capire”. Un’esperienza che appare lontana e irripetibile, che suscita anche una certa “nostalgia” non priva, però, di consapevole critica: “quasi quasi rimpiango quei cortei, vorrei che ci fossero senza naturalmente gli elementi negativi che c’erano allora, le esagerazioni”.

vivevamo con le sirene è la sezione che raccoglie i ricordi e i racconti più direttamente legati alla vita nello stabilimento. E’ qui che traspaiono, nelle testimonianze degli ex lavoratori, il sentimento dell’orgoglio operaio ma anche l’amarezza non dissolta per la chiusura dell’Italsider. Acquista inoltre rilevanza la divergenza di accento e di giudizio per quanto concerne la rievocazione delle lotte sindacali.

… qua si moriva anche in questa fabbrica è l’espressione di un testimone che fa da titolo alla parte della ricerca incentrata sulla memoria degli infortuni, alla precisa e dolorosa ricostruzione che i nostri intervistati ci hanno consegnato. Non è stato facile affrontare questo argomento: anche a distanza di anni, il ricordare ha comportato una visibile sofferenza.

 

quella polvere era pane, era oro quel fumo che usciva da là dentro: la frase che introduce il tema dell’inquinamento già dice la drammatica contraddizione con cui il problema è stato vissuto, al punto da esplicitarsi solo quando la fabbrica ha chiuso definitivamente. Ed è importante notare che questo atteggiamento appartiene a un’intera comunità, non solo agli ex lavoratori Italsider.

 

… in che senso verrà una zona turistica?“. L’incertezza domina le prospettive di futuro, ma questo stato d’animo non impedisce che ci si appassioni alla formulazione di proposte o alla discussione di ipotesi già delineate. Nella maggior parte dei casi ai dubbi si accompagnano consapevolezze, conoscenze anche molto approfondite del territorio, nonché capacità di analisi e di previsione a breve e a lungo termine.

Tra gli ex lavoratori Italsider, pur tra le tante sfumature e le diverse accentuazioni, non si riscontra in genere un atteggiamento di chiusura né di scetticismo, piuttosto di vigilanza critica. In realtà, si guarda criticamente e con notevole perplessità ad una dimensione futura esclusivamente turistica. La domanda che un testimone si pone, e che fa da titolo a questa sezione, rivela un atteggiamento diffuso, che dà luogo a un senso di sfiducia e di timore. Ciò che si raccomanda, al di là del recupero delle spiagge e della balneazione, è “qualche elemento di produttività che possa attivare maggiore occupazione”. Non ci si rassegna al fatto che la fine di uno stabilimento siderurgico ad alto tasso d’inquinamento debba automaticamente comportare anche la fine di “un patrimonio di operai e di tecnici… di buona professionalità”, che cioè non si sappia o non si voglia utilizzare questo “patrimonio” in lavori produttivi non dannosi per l’ambiente.

Così come si è inclini a diffidare o a fidarsi solo in parte di chi ha compiti di direzione e/o di progettazione. Dinanzi alle operazioni di bonifica, per esempio, non manca chi pronuncia un atto di accusa, una denuncia molto forte: “Bagnoli è diventata il ricettacolo di un gruppo di incompetenti che provengono da tutte le realtà IRI che si sono chiuse in Italia”. Mentre sul ridisegno della zona costiera s’interviene con fondatezza di argomenti per suggerire ipotesi alternative rispetto a quelle già accreditate. “Io non condivido che a tutti i costi deve rimanere quel pontile enorme per realizzare una utopica passeggiata sul mare… è un obbrobrio”, quando, al contrario, sarebbe molto più ragionevole (per motivi che vengono accuratamente esposti) valorizzare la “vera passeggiata di Bagnoli, cioè la litoranea che da Coroglio arriva fino a Pozzuoli”.

Anche chi, più di altri, mostra di credere nella prospettiva turistico - balneare ribadisce la necessità di attività produttive, magari legate al recupero di una tradizione di artigianato come quella della “costruzione delle barche”, di cui si ricorda con orgoglio “il famoso “lanzino” tutto di manifattura bagnolese”.

In tale orizzonte s’inserisce a pieno titolo “la risorsa termale“. Su questo tema alcune interviste offrono una notevole ricchezza di informazioni e di idee, con l’intenzione dichiarata di prospettare per il quartiere una dimensione economico - sociale articolata e ben contestualizzata , non puntando su un’unica chance. I “poli culturali” e i “centri di ricerca avanzata” rientrano anch’essi in tale quadro - Città della Scienza ne rappresenta un primo esempio. Tuttavia la speranza s’intreccia con il timore che “tutto si risolva in una speculazione a vantaggio di pochi”. Insieme al rischio di un ulteriore degrado nell’immediato, è questa l’apprensione che si evidenzia per l’avvenire.

 

 

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[1] Il volume, a cura di Mariella Albrizio e M. Antonietta Selvaggio, si intitola Vivevamo con le sirene. Bagnoli tra memoria e progetto, ed è stato pubblicato dalla casa editrice La Città del sole, Napoli, ottobre 2001, nella Collana “Una memoria per la Storia”. Ne utilizzo qui alcune parti.

[2] Si assume qui la distinzione introdotta da Maurice Halbwachs tra memoria individuale, memoria collettiva e memoria storica. Mentre quest’ultima viene raffigurata come un <<oceano a cui affluiscono tutte le storie parziali>>, la memoria collettiva è vista come l’insieme dei ricordi che identificano un determinato gruppo, è legata all’esistenza degli individui che lo compongono e a precisi quadri sociali, nel senso che i suoi contenuti sono condizionati dal presente e dal modo di affacciarsi al futuro. Una sua caratteristica è quella di trasformarsi, essendo frutto di una ricostruzione del passato fortemente ancorata al presente. Cfr. di M. Halbwachs, La memoria collettiva, a cura di P. Jedlowski, Postfazione di L. Passerini, Milano, UNICOPLI, 1987 e Idem, I quadri sociali della memoria, Napoli, Ipermedium, 1997.

[3] In proposito si consideri la seguente puntualizzazione di Roberta Furlotti: <<Va sottolineato… che i contesti d’indagine in cui questo tipo di intervista è utilizzato non ambiscono alla rappresentatività statistica dei propri risultati, ma all’elaborazione - per quanto possibile completa - di tipologie del fenomeno, del comportamento o degli atteggiamenti osservati, ossia alla individuazione di profili sociali emblematici. Per ciò stesso la sua applicazione non segue la logica del campionamento, ma della saturazione. Interessa, cioè, solo quella quota di soggetti, in genere esigua se comparata a quella necessaria a garantire la rappresentazione statistica di una popolazione, che risulta necessaria e sufficiente affinché non emergano nel corso dell’intervista nuove informazioni significative>>. R. Furlotti, “L’intervista come relazione significativa”, in C. Cipolla (a cura di), Il ciclo metodologico della ricerca sociale, Milano, Franco Angeli, 1988, p. 193.

[4] La partecipazione del liceo Labriola alle iniziative “Maggio della Città ‘99, incontro - mostra presso Villa Letizia e “Obiettivo Bagnoli” (7 - 21 novembre ‘98), fa parte della collaborazione, attivata nell’ambito del Progetto, con il Gruppo di lavoro di Casa della Città - Comune di Napoli - Assessorato alla Vivibilità - Servizio di Pianificazione Urbanistica.

[5] La realizzazione del CD - rom è stata curata dalla professoressa Iolanda Dalliatini, il cui contributo è presente nel volume con il titolo “Ricordare navigando: l’esperienza dell’ipermedia“.

[6] Questa sezione della ricerca è stata curata dalla professoressa Consiglia Matrone e viene presentata nel volume con il titolo “Le parole dei giovani“.